Un complesso di edifici di varia destinazione (2)
Libri e scritti che riguardano il Castello di Trofarello indicano poi che nel 1706, durante l’assedio francese avvenuto nel corso della guerra di successione spagnola, un incendio produsse gravi danni all’edificio e alle sue pertinenze, tanto da motivarne la ricostruzione che comportò un adattamento a villa residenziale.
Il conte Francesco Vagnone, in una lettera del 4/11/1956, scriveva che prima della fine del ‘700 il Castello «ancora conservava il grandioso muraglione di difesa che lo cingeva a levante ed a notte, proseguendo con un fossato anche a ponente ed a mezzogiorno, dotato di ripide barbacane e trinceroni».
I documenti d’archivio confermano la descrizione del conte Francesco Vagnone, contraddicendo la grave distruzione d’inizio ‘700, indicata da vari autori, della quale solo dieci anni dopo non rimaneva traccia. Nel 1716, diversi membri della famiglia Vagnone di Truffarello descrivevano infatti nei loro consegnamenti il Castello e le sue dipendenze come agibili e abitati.
Il consegnamento riguarda Francesco, Ignazio Giacinto, Alessandro, Alfonso, Gaspare Tomaso e Paulo Ignazio Vagnone, che detenevano, secondo la quota a ciascuno spettante, «ricevuti per successione e acquisto», porzioni di giurisdizione del feudo e del castello di Trofarello, congiuntamente a «diritti di beccaria», «diritto di pedaggio», «porzioni del forno» posto «sopra la piazza coerente l’ala attigua alla Chiesa parrocchiale e la strada», «porzioni del Castello di Belforte», oltre a una sterminata quantità di case affittate, anche in prossimità del castello, cascine, grange, mulini, corsi d’acqua, coltivi, boschi, orti, prati. L’edificio principale, ossia il corpo storico del castello, era quindi frazionato in diversi «appartamenti», alcuni disposti su di un piano, altri su più piani. La struttura del castello risulta ancora essere a manica chiusa, intorno a un cortile.
Il conte Francesco Vagnone possedeva inoltre una «casa vicina alla villa con sue stanze, crotte, aira, orto e giardino di tavole 86, piccoli 7, oncie 7, coerente a levante Carlo Garibeti, a sud Paulo Ignazio, Andrea e Niccolò Vagnone, a ovest la strada pubblica e a nord Carlo Garibeti». La proprietà più vasta di Castello e giurisdizione («soldi 15 delli 24») apparteneva ad Alfonso Vagnone, che l’aveva ricevuta per successione dal padre Francesco Federico (testamento 14/01/1690); Alfonso era proprietario di due appartamenti «da l’alto in basso coerenti […] a sud la strada pubblica de’ Ricetti, a est la casa della Ragione […], a nord Gaspare Tomaso tramediante il cortile del castello». La seconda proprietà più vasta di Castello e giurisdizione («soldi 7 ½ delli 24») apparteneva al conte Alessandro, fratello di Alfonso; egli deteneva infatti due appartamenti, il primo posto nell’ala est, prossima alla Chiesa parrocchiale, confinante a sud col «ballo» e con il forno. Mentre il secondo appartamento si trovava nell’ala ovest ed aveva «siti e pertinenze coerenti il castello, la Chiesa e la strada della Salsea».
Inoltre, sempre all’interno del recinto delle mura, Alessandro deteneva «la piazza con giardino e casa dentro detto l’horto […] coerente a nord con la contrada o sia strada vicinale». Appartenevano a lui il beneficio di nomina del canonico della Chiesa, «le barbacane, il recinto del castello e fossi» e più avanti nel consegnamento si ribadisce che il castello era cinto da muraglie, Attiguo c’era un «gerbo di moroni» e in piazza un altro «gerbido di tavole 30, coerente […] a ovest il cimitero della chiesa». Il complesso risultava quindi ancora cinto da mura provviste di barbacane e fossati e si cita inoltre la «strada pubblica de’ Ricetti» che correva a sud del Castello, indicando quindi la presenza di tale tipologia di fabbricati, come documenta anche una mappa settecentesca, di cui diremo più avanti. Il corpo principale del Castello era dunque all’incirca coincidente con l’attuale, a due piani più, verosimilmente, quello delle “crotte” seminterrate, mentre nelle vicinanze c’erano il cimitero, accanto alla Chiesa parrocchiale, la Casa della Ragione, di fronte alla Chiesa e, a breve distanza, una piccola bottega, il forno, il ballo e le “beccarie” (macello delle carni).
Analoga descrizione, che conferma l’assetto fortificato del complesso, è riportata da Zenatti-Tomeo: «mura ed un muraglione a difendere il lato levante, un fossato a notte, ripide barbacane e trinceroni ed un grosso fortino, detto di Belforte a giorno». Manca però l’indicazione della fonte e dell’epoca a cui si riferisce la descrizione.
L’ingresso al Castello avveniva tramite una piccola strada pedonale, posta a sud-est e provvista di una porta aperta nelle mura, denominata vicolo Fontana e via della Chiesa, ed una strada carrabile che correva a nord, detta via Torretta, anch’essa munita di porta nelle mura. Si trattava di una strada molto frequentata perché univa in passato Testona a Chieri. Dunque, nessuna integrale ricostruzione, ma una graduale trasformazione o, meglio, una riplasmazione degli antichi fabbricati per adattarli alle mutate esigenze di fruizione.
In questi cambiamenti si colloca anche l’edificazione nel 1762 della nuova Cappella di San Rocco di gusto barocco, trattata in uno dei paragrafi seguenti del presente studio.
Ulteriore prova dell’assetto settecentesco del complesso è fornita dall’interessante mappa planimetrica redatta nel 1761 dal misuratore e geometra Giò Batta Musso, allegata in Analoga descrizione, che conferma l’assetto fortificato del complesso, è riportata da Zenatti-Tomeo: «mura ed un muraglione a difendere il lato levante, un fossato a notte, ripide barbacane e trinceroni ed un grosso fortino, detto di Belforte a giorno»37. Manca però l’indicazione della fonte e dell’epoca a cui si riferisce la descrizione. L’ingresso al Castello avveniva tramite una piccola strada pedonale, posta a sud-est e provvista di una porta aperta nelle mura, denominata vicolo Fontana e via della Chiesa, ed una strada carrabile che correva a nord, detta via Torretta, anch’essa munita di porta nelle mura. Si trattava di una strada molto frequentata perché univa in passato Testona a Chieri. Dunque, nessuna integrale ricostruzione, ma una graduale trasformazione o, meglio, una riplasmazione degli antichi fabbricati per adattarli alle mutate esigenze di fruizione. In questi cambiamenti si colloca anche l’edificazione nel 1762 della nuova Cappella di San Rocco di gusto barocco, trattata in uno dei paragrafi seguenti del presente studio. Ulteriore prova dell’assetto settecentesco del complesso è fornita dall’interessante mappa planimetrica redatta nel 1761 dal misuratore e geometra Giò Batta Musso, allegata in Analoga descrizione, che conferma l’assetto fortificato del complesso, è riportata da Zenatti-Tomeo: «mura ed un muraglione a difendere il lato levante, un fossato a notte, ripide barbacane e trinceroni ed un grosso fortino, detto di Belforte a giorno»37. Manca però l’indicazione della fonte e dell’epoca a cui si riferisce la descrizione. L’ingresso al Castello avveniva tramite una piccola strada pedonale, posta a sud-est e provvista di una porta aperta nelle mura, denominata vicolo Fontana e via della Chiesa, ed una strada carrabile che correva a nord, detta via Torretta, anch’essa munita di porta nelle mura. Si trattava di una strada molto frequentata perché univa in passato Testona a Chieri. Dunque, nessuna integrale ricostruzione, ma una graduale trasformazione o, meglio, una riplasmazione degli antichi fabbricati per adattarli alle mutate esigenze di fruizione. In questi cambiamenti si colloca anche l’edificazione nel 1762 della nuova Cappella di San Rocco di gusto barocco, trattata in uno dei paragrafi seguenti del presente studio. Ulteriore prova dell’assetto settecentesco del complesso è fornita dall’interessante mappa planimetrica redatta nel 1761 dal misuratore e geometra Giò Batta Musso. La rappresentazione del nucleo principale del Castello non evidenzia i singoli corpi di fabbrica, ma l’esame del perimetro consente di rilevare che il suo assetto era sostanzialmente quello riscontrabile sulla già citata mappa del Castellamonte, mentre risultano molto interessanti alcuni dettagli, quali i ricetti “allodiali”, a sud, la “barbacana” a ovest, il forno della città, a sud della Chiesa parrocchiale, il giardino del Castello, a est, contiguo alle scuderie, e l’antico cimitero a nord.
Per seguire la conformazione del complesso e i mutamenti di proprietà dei diversi corpi di fabbrica che lo componevano, si può utilmente ricorrere alla mappa del “Catasto francese” che, pur non presentando indicazioni di data, risale verosimilmente al 1812. Come emerge dallo stralcio allegato, il corpo principale del Castello manteneva la sua struttura compatta, contigua e chiusa intorno alla torre, con fabbricati di servizio a sud, che si dipartivano da tale corpo, verso valle. La proprietà restava in mano ai diversi membri della famiglia Vagnone. Interessante appare rilevare che uno dei fabbricati di servizio, con le sue pertinenze, apparteneva al Beneficio di Celle, legato quindi all’istituzione dell’omonimo antichissimo priorato. Mentre il fabbricato più prossimo alla strada della “Solata” o della Chiesa era sede del forno, di proprietà del consortile Vagnone che ne detenevano i diritti.
Ritornando di nuovo alla sopra citata lettera, il conte Francesco Vagnone aggiungeva che «il Castello era un vero e proprio luogo fortificato che comprendeva nelle sue difese anche ricetti e l’attuale Chiesa (n.d.r. Chiesa parrocchiale dei SS. Quirico e Giulitta) e ciò che ora è la casa municipale (n.d.r. il riferimento riguarda il municipio che inglobava la torre medievale, demolito nel 1972) e stabili di altri proprietari succedutisi, tra cui il Marchese di Cavour, padre dello statista Camillo […] il muraglione e le mura che difendevano a levante, il fossato a notte, furono ricoperti all’atto della costruzione del bel viale che dalla strada statale di Genova porta alla parrocchia, al municipio, al Castello, a Trofarello alto, fatto regnante Vittorio Emanuele I».
La particolare conformazione del complesso consentì infatti un progressivo frazionamento, effetto anche dei complessi passaggi di proprietà di una famiglia numerosa, divisa in più rami, facenti parte del consortile su indicato.
In tali passaggi di proprietà si colloca anche l’acquisto da parte del marchese Michele Giuseppe Francesco Antonio Benso di Cavour (1781-1850) della parte più a levante dei fabbricati del Castello, negli anni ’20 dell’800. Risale a questo periodo la sistemazione a terrazza dei giardini, ora perduti, e si deve sempre ai Benso la trasformazione della porzione acquisita in palazzo aristocratico con la realizzazione dell’attiguo parco. Michele Benso era di origine chierese e apparteneva a una tipica famiglia della nobiltà piemontese che integrava le rendite terriere con il servizio allo Stato. L’acquisto del Castello di Trofarello rientrava in un vasto progetto di ampliamento delle proprietà fondiarie di famiglia, in un momento economico particolarmente favorevole, che vide nel 1822 l’acquisto della grangia di Leri, con un’ampia dotazione di coltivi, e l’acquisizione del fabbricato e dei terreni (180 ettari di campi e vigneti) del Castello di Grinzane. Qui egli volle creare un giardino adeguato alla posizione raggiunta a corte dalla famiglia e nel 1827 affidò il progetto di rinnovo al grande direttore del parco di Racconigi, Xavier Kurten, il quale lo riorganizzò secondo un gusto tipicamente romantico, seguendo le richieste dello stesso marchese. Numerosi sono i tipi di piante che ancora oggi possiamo ammirare, alcune comuni, altre più rare e provenienti da luoghi lontani. Nonostante Kurten fosse alle dipendenze dirette di Carlo Alberto, era spesso interpellato dalle famiglie vicine all'ambiente sabaudo. Un documento attestante la sua attività riguarda il giardino della villa "Il Torrione" in Pinerolo e permette un confronto con il parco di Santena, ricco di elementi fondamentali della teoria del giardino di paesaggio e del giardino pittoresco in voga all'inizio dell’800 in Italia e in Europa.
Considerato l’operare di Kurten anche al di fuori dalla committenza sabauda e la predilezione per l’arte botanica e la scenografia dei giardini di Michele Benso, si spiega l’aggiunta del parco da lui operata nella proprietà di Trofarello, forse con il contributo di Kurten stesso o di altri importanti maestri giardinieri. Ma in assenza di documenti, queste restano solo plausibili deduzioni, mentre pare opportuno sottolineare che Michele Benso non si limitò ad acquistare in Trofarello la su indicata porzione di Castello, ma acquisì anche altri fabbricati, campi e terreni a diversa destinazione, ubicati nella zona a valle del Castello, a ovest dell’attuale Viale della Resistenza.
Un recente libro sui Castelli del Piemonte riporta: «Come fosse questo castello è del tutto impossibile dire. Infatti esso è completamente scomparso, sostituito in parte, o almeno con occupazione dello stesso luogo, da una villa settecentesca che i Vagnoni costruirono sulle sue rovine, dopo che era andato perduto durante il corso delle guerre tra francesi e spagnoli di due secoli prima». E prosegue: «Altri cambiamenti, tra i quali l’aggiunta del parco, vennero fatti dal marchese Michele Benso di Cavour, vicario di Torino, che ne era diventato parzialmente proprietario».
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